Le imbarcazioni della marineria Amalfitana

Le imbarcazioni della marineria amalfitana vengono distinte in mercantile e da guerra;
Le navi mercantili erano navi da trasporto e da commercio, di proprietà di singole famiglie, di società di mare o di enti monastici, venivano costruite sugli “Scaria”, cantieri all’aperto costituiti da piazze cementate leggermente inclinate verso il mare, allo scopo di favorire il varo o il tiraggio a secco delle imbarcazioni.
Tali imbarcazioni erano: il vascello, provvisto di tre alberi e due o tre ponti; la terida o tartana, spinta da una grande velatura; la carracchia, che presentava tre ponti; la sagizia, il cui remeggio variava da 15 a 18 banchi; la caravella, lunga da 26 a 30 cubiti; il “lignum”, che aveva una capacità variabile tra 300 e 700 salme; la navetta, capace di 500 salme; la cocca, con tre alberi e capace di 125 botti; la barca, con una vela e pochi remi; il buctio, a forma di botte.
Le navi da guerra invece, venivano realizzate negli arsenali, cantieri in muratura chiusi e divise da corsie (“domus”) esistenti ad Amalfi, Atrani, a Minori, furono costruite inizialmente i dromoni bizantini, imbarcazioni da combattimento a due piani, con cento rematori disposti a coppie sui banchi e le sagene, di origine araba, piccole, veloci, particolarmente utili nelle scorrerie. Esse in seguito furono sostituite dalle galee, agili e potenti navi da combattimento impostate su 108, 112, 116 e persino 120 remi.
Fu proprio con una squadra di venti sagene che il prefetto Marino di Amalfi potè liberare nell’anno 870, il vescovo Atanasio di Napoli dall’isola del Salvatore ed a sbaragliare una numerosa flotta napoletano-saracena. Un’evoluzione terminale della liburna romana, avvenuta attraverso le fasi transitorie del dromone e chelandia, fu la galea, apparsa nell’ultimo quarto del IX secolo La galea, il cui nome deriva dal greco che significa “pesce spada o squalo”, aveva appunto uno scafo lungo tra i 36 ed i 45 metri, largo un settimo o un ottavo della lunghezza, con un pescaggio minimo di m. 1,30.
All’estremità della prua aveva uno sperone ed aveva un màngano a contropeso che scagliava pietre e dardi ; a poppa vi era il castello con i timoni, la plancia di comando e la sottostante cabina degli ufficiali (protontino o patroni). Gran parte della coperta della galea era occupata dai banchi di voga. In origine la galea aveva un solo albero, poi ne furono applicati due, i quali sostenevano, mediante l’antenna, ampie vele latine triangolari, capaci di sfruttare anche il vento contrario.
Sottospecie di più piccole dimensioni della galea furono la fusta, l’henteca, l’emiolio, la galeotta, il galeone, la vaccetta, o le successive saettìa, brigantino, fregata, feluca.
Nelle battaglie navali le galee si scontravano ad alta velocità, cercando di speronarsi, ma spesso si finiva con l’abbordaggio e il combattimento corpo a corpo. Qualche volta si scambiavano proiettili o palle di “fuoco greco” (era formato da stoppa imbevuta di pece incandescente, per cui, cadendo in acqua, si alimentava ulteriormente).

La Croce di Malta
La croce oggi nota come “croce di Malta” è, in realtà, una croce ottagona (cioè di otto punte) di origine bizantina, risalente, con ogni probabilità, al VI sec. Essa rappresenterebbe le Otto Beatitudini Teologali secondo S. Matteo oppure l’Eternità.

Tale croce fu utilizzata quale simbolo della repubblica di Amalfi almeno sin dall’XI sec., come confermano alcuni tarì amalfitani del 1080, sui quali campeggia chiaramente tale croce.

L'origine dei Cavalieri di Malta
Il primo ordine monastico-cavalleresco della Storia, quello, cioè, dei Cavalieri Ospedalieri di S. Giovanni di Gerusalemme, fu fondato dallo scalese fra’ Gerardo Sasso, priore dell’ospedale amalfitano di S. Giovanni di Gerusalemme. Il nuovo Ordine, destinato a diventare braccio armato dei crociati con l’avvento successivo di gran maestri francesi, fu approvato da Goffredo di Buglione nel 1099 e riconosciuto ufficialmente con bolla del 1113 da papa Pasquale II. L’organismo assistenziale e cavalleresco amalfitano rispecchiava proprio i grandi valori spirituali e filantropici caratteristici della nobiltà amalfitana, emblematicamente sanciti dall’adozione da parte di Gerardo, quale simbolo per i suoi frati-cavalieri, della croce ottagona bianca in campo nero, già contrassegno della repubblica di Amalfi riportato sui suoi tarì d’oro degli anni ’80 dell’XI secolo.
SEGUE . .
La carta a mano  

Gli amalfitani, grazie agli scambi con il mondo arabo, appena vennero a conoscenza della carta, ne intrapresero la fabbricazione carpendone i segreti dai mori. Favorita dalla presenza di numerosi corsi d'acqua e dalla crescente necessità di redigere scritture sia da parte delle Curie vescovili che dai notai, la carta cominciò ben presto a diffondersi.
Sebbene non si abbiano documenti ufficiali attestanti, con certezza, la datazione della produzione della carta, pur tuttavia una prova indiretta, datata 1220, ci viene resa da Federico II che proibì ai notai del regno e principalmente agli amalfitani, di utilizzare carta "bambagina" (come allora veniva chiamata la carta), per la redazione degli atti. Ma la sua diffusione non si arrestò, tant'è che l'arte del fare la carta si diffuse ovunque lungo la costiera, soprattutto dopo che il Concilio di Trento obbligò tutte le parrocchie a trascrivere gli atti dei sacramenti, delle morti e degli eventi religiosi. Dopo i notai e la chiesa, anche le università prima ed i vari uffici del regno poi, richiedevano carta per i loro atti; ben presto la carta di Amalfi, di qualità particolarmente pregiata, di diffuse rapidamente. Nel XV secolo, la carta di Amalfi raggiunse tale fama che molti autori stranieri pubblicavano le loro opere a Napoli pur di utilizzare tale pregiato prodotto. Ma il futuro si mostrava ingrato con le cartiere della costiera amalfitana, che con il trascorrere dei secoli vedeva sempre più contrarre la produzione, non adeguata ai cambiamenti che la società affrontava. Attualmente in Amalfi sono funzionati due cartiere e, di queste, una produce attivamente la famosa carta (Cartiera Amatruda).

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